venerdì 17 giugno 2016

Intervento al Senato dell'On. Scilipoti Isgrò

Senato della Repubblica XVII LEGISLATURA
Seduta 640, 9 giugno 2016
PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Scilipoti Isgrò. Ne ha facoltà.

SCILIPOTI  ISGRÒ (FI-PdL  XVII).  Signora  Presidente,  onorevoli colleghi, il disegno di legge che giunge oggi in Assemblea si colloca all'interno di un complesso percorso di riforma del settore creditizio italiano, che si inserisce nel più ampio processo in atto a livello europeo. 

Permettetemi di farvi dono di un episodio presentatosi alla mia persona pochi  giorni fa e, per essere più chiari, vi voglio parlare di una frase che da alcuni  giorni è oggetto dei miei pensieri: «È  più facile che un cammello  passi per la cruna di un ago, che un ricco entri nel regno dei cieli» (Matteo, 19,24).

LEZZI (M5S). Amen.

SCILIPOTI  ISGRÒ (FI-PdL  XVII).  È  una  parola  essenziale  per comprendere il rapporto di Gesù con la ricchezza. L'immagine è forte, paradossale, com'è nello stile semitico. Tra la ricchezza e il Regno di Dio c'è incompatibilità  ed  è  inutile  voler  annacquare  un  insegnamento  che  più  volte ritroviamo nella predicazione di Gesù, quando dirà, ad esempio, che non si può servire Dio e Mammona (cioè la ricchezza). O quando sembra chiedere al giovane ricco rinunce impossibili all'uomo, ma non a Dio.

PRESIDENTE.
La prego di attenersi all'argomento oggetto della discussione.

SCILIPOTI  ISGRÒ (FI-PdL  XVII).  Mi  dispiace  contraddirla,  Presidente, ma è argomento proprio della discussione.
Che cosa condanna allora Gesù? Non certamente i beni di questa terra in sé, ma chi è attaccato ad essi. E perché? È chiaro: perché tutto appartiene a Dio e il ricco invece si comporta come se le ricchezze fossero sue. Il fatto è che le ricchezze prendono facilmente nel cuore umano il posto di Dio e  accecano  e  facilitano  ogni  vizio.  Paolo,  l'apostolo,  scriveva:  «Coloro  che vogliono arricchire, cadono nella tentazione, nel laccio e in molte bramosie insensate  e  funeste,  che  fanno  affogare  gli  uomini  in  rovina  e  perdizione. L'attaccamento al denaro, infatti, è la radice di tutti i mali; per il suo sfrenato
desiderio  alcuni  hanno  deviato  dalla  fede  e  si  sono  da  se  stessi  tormentati con molti dolori». 

Quale allora l'atteggiamento di chi possiede? Occorre che egli abbia
il cuore libero, totalmente aperto a Dio, che si senta amministratore dei suoi
beni e sappia, come ha detto Giovanni Paolo II, che sopra di e
ssi grava un'ipoteca sociale. I beni di questa terra, non essendo un male per se stessi, non è  il  caso  di  disprezzarli,  ma  bisogna  usarli  bene.  Non  la  mano,  ma  il  cuore deve stare lontano da essi. Si tratta di saperli utilizzare per il bene degli altri. 

Chi è ricco lo è per gli altri. 

«Io ho scelto Dio solo, nessunissima altra cosa» e sono certo che quando apparirò davanti al Dio dei nostri padri, il suo figlio e nostro fratello Gesù  non  mi  dirà:  «È  più  facile  che  un  cammello  passi  per  la  cruna  di  un ago, che un ricco entri nel Regno dei Cieli».  E  per  voi,  miei  amati  fratelli, banchieri,  bancari,  parlamentari,  religiosi,  economisti,  imprenditori  e  commercianti, spero che le vostre sorde orecchie non sentano l'assordante grido nel deserto del coerede di Dio e nostro signore Gesù Cristo dirvi: «È più facile che un cammello passi per la cruna di un ago, che un ricco entri nel Regno dei Cieli»! 

Ma adesso ritorniamo al disegno di legge, oggetto del mio intervento.  Vi  stavo  parlando  del  provvedimento  recante  «Disposizioni  urgenti  in materia di procedure esecutive e concorsuali, nonché a favore degli investitori in banche in liquidazione». Il testo si prefigge l'obiettivo di accelerare il recupero del credito a tutela di chi concede finanziamenti.

Come sapete, ho già affrontato il problema più e più volte in passato, schierandomi dalla parte di tutti quei cittadini e consumatori vessati da tassi
di interesse fuori controllo e da indebiti bancari di varia natura. A maggior ragione oggi, mi sento di fare una riflessione profonda perché pare che la situazione non sia destinata a migliorare. 

Nella Bibbia si legge: «Il ricco domina sul povero e chi riceve prestiti  è  schiavo  del  suo  creditore».  Personalmente  ritengo  che  questa  citazione descriva perfettamente una realtà che è rimasta tristemente immutata nei secoli  anzi,  che  forse  è  stata  ulteriormente  aggravata  da  una  bramosia  di  ricchezza  che ha portato a creare delle vere e proprie mostruosità in tema di economia mondiale.

Sto parlando di signoraggio, ossia il reddito derivante dall'emissione di moneta, quel flusso di moneta derivante dalla differenza tra il valore reale e quello commerciale delle banconote stampate. Tale plusvalenza viene sottratta  al  popolo  italiano  in  virtù  della  perdita  della  sovranità  monetaria,  attuata da una lobby di affaristi ai danni delle singole nazioni. Una pratica che è stata resa possibile nel nostro Paese anche grazie alla cessione incontrollata di quote della Banca d'Italia a soggetti privati, perpetrata a tradimento nel corso degli ultimi ventiquattro anni.

PRESIDENTE. La invito a concludere, senatore Scilipoti Isgrò.

SCILIPOTI  ISGRÒ (FI-PdL  XVII).  Signora  Presidente,  poiché  non posso  concludere,  chiedo  cortesemente  di  poter  consegnare  il  testo  scritto del mio intervento, affinché sia allegato al Resoconto della seduta odierna.


INTEGRAZIONE:

Eppure  nostro  Signore  Gesù  Cristo  è  stato  molto  chiaro  riguardo  la
compulsione  irrefrenabile  all'accumulo  di  ricchezze:  nel  Vangelo  secondo
Matteo,  al  capitolo  6,  versetto  19,  si  legge:  «Non  accumulatevi  tesori  sulla
terra,  dove  tignola  e  ruggine  consumano  e  dove  ladri  scassinano  e  rubano;  accumulatevi invece tesori nel cielo, dove né tignola né ruggine consumano,  e dove ladri non scassinano e non rubano. Perché là dov'è il tuo tesoro, sarà anche il tuo cuore».

Vi dico ciò perché siamo chiamati ad amministrare il Paese non solo
con  la  diligenza  del  buon  padre  di  famiglia,  ma  con  vero  e  proprio  spirito
fraterno e cristiano, in quanto tutti gli uomini sono stati creati uguali dall'unico vero Padre che è il nostro Dio.

Di conseguenza, bisogna di fatto restituire la sovranità, attraverso la
restituzione della Banca d'Italia stessa, al popolo italiano, ed a tal proposito
fu il Governo  Berlusconi ad emanare una legge, la n. 262 del 28 Dicembre
2005,  dal  titolo  «Disposizioni  per  la  tutela  del  risparmio  e  la  disciplina  dei
mercati finanziari», in cui si riformava l'assetto proprietario della Banca d'Italia, prevedendo la restituzione entro tre anni delle quote di partecipazione al capitale in possesso di soggetti diversi dallo Stato o da altri enti pubblici. 

Tale provvedimento, purtroppo, non è mai entrato in vigore; al contrario, alla  decadenza  del  Governo  Berlusconi  sono  stati  abbattuti  quei  paletti  che
mantenevano  il  controllo  nelle  mani  di  organi  pubblici,  trasformandola  di
fatto in una società con azionisti tutti privati, finanche stranieri.
Ma procediamo con ordine.

Partiamo col dire che il nostro sistema economico è ormai soggetto a
problemi  storici  che  riguardano  appunto  l'entità  dei  crediti  deteriorati  detenuti dalle banche, e l'elevato tempo richiesto nell'escussione delle garanzie e di  conseguenza  nella  difficoltà  di  reimmettere  risorse,  sempre  più  necessarie, nel circuito economico del Paese.

Difatti,  come  è  noto  a  tutti,  i  tempi  di  recupero  dei  prestiti  sono  eccessivamente  lunghi  in  Italia,  e  rappresentano  quindi  un  serio  svantaggio competitivo, sia per le banche che per le imprese del nostro Paese. Esiste, in altri termini, un «buco» italiano nel rimettere in circolazione un bene precedentemente posto a garanzia di un debito non ripagato.
Possiamo  fare  un  confronto  con  gli  altri  Paesi  europei  per  aver  ben
chiara la situazione. Vediamo appunto come in Germania, Austria e Polonia
i tempi di escussione delle garanzie sono di 12-24 mesi, mentre in Italia sono  previsti  in  media  7  anni,  cioè  più  del  triplo  del  tempo  rispetto  agli  altri  Paesi del Continente.

La  Banca  Mondiale  colloca  l'Italia  al  centoundicesimo  posto  nel
mondo, nella sua classifica che tiene conto del rapporto tra i tempi e i costi necessari per recuperare un credito, mentre i nostri principali
competitor sono  ben  lontani  da  noi:  la  Germania  al  dodicesimo  posto  nel  mondo  e  la Francia al quattordicesimo.
Il problema delle sofferenze bancarie è dovuto in gran parte a questa lentezza cronica nei tempi di recupero.

Passando  poi  ai  numeri,  possiamo  notare  come  i  crediti  deteriorati,
che si sono accumulati nei bilanci delle banche italiane in questi anni segnati dalla crisi economica, siamo alquanto elevati; in particolare, dalla fine del
2011, coinciso con la caduta del Governo Berlusconi, l'importo delle sofferenze è praticamente esploso: si è passati dai 107 miliardi di euro fino ad oltre 200 miliardi nel gennaio 2016. Le sofferenze sui prestiti a famiglie e imprese sono circa 193 miliardi di euro, di cui 140 riguardano i finanziamenti alle imprese, mentre nel 2011 erano pari a soli 70 miliardi, quindi sono più che raddoppiati.
L'importo  totale  dei  crediti  deteriorati,  verso  tutti  i  settori,  di cui  le sofferenze sono la parte più problematica, è di circa 340 miliardi di euro.
Le stime del Fondo Monetario Internazionale che riguardano l'Italia, parlano di un valore pari all'11,2 per cento di prestiti in sofferenza rispetto al totale  dei  crediti,  mentre  la  media  dell'area  euro  è  di  4,3  per  cento,  quindi siamo  ben  al  di  sopra  della  media  europea.  Questo  significa  che  per  ogni 100 euro di finanziamenti erogati dagli istituti di credito a famiglie e società, sono da considerare inesigibili in media 11,2 euro: più del 10 per cento del finanziamento, cioè, è andato completamente perso. Questo ha frenato ulteriormente l'erogazione di nuovo credito, già di per sé limitato, da parte degli
istituti  italiani,  frenando  così  quello  che  invece  dovrebbe  essere  il motore della ripresa della nostra economia.

I  prestiti  alle  imprese  italiane  continuano  a  crollare  sempre  di  più:
-0,4  per  cento  a  febbraio, -0,5  per  cento  a  marzo.  Nel  primo  trimestre  di quest'anno  il  credito  si  è  ridotto  ulteriormente  arrivando  a -0,5  per  cento  al mese (mentre nel 2015 era pari a -0,1 per cento). Lo stock di prestiti è diminuito di oltre 140 miliardi di euro.

Ci troviamo quindi di fronte ad una situazione sempre più critica non
solo  del  sistema  bancario,  ma  dell'intero  sistema  produttivo
nazionale  che investe in particolar modo le piccole e medie imprese, le quali risentono pesantemente della restrizione del credito erogato dal sistema bancario. È bene sottolineare  come  la  contrazione  del  credito  e  dell'attività  produttiva  abbia conseguenze  gravi  anche,  e  soprattutto,  sul  piano  occupazionale:  ricordiamoci che ancora oggi la disoccupazione segna livelli allarmanti, tra i più alti in Europa.

Alla luce di quanto detto, un provvedimento che ponga come obiettivo la riduzione dei tempi e la modifica delle modalità di incasso sembrerebbe l'unica via per rivalutare l'affidabilità del nostro Paese in termini di investimento, nazionale ed estero. Ma, come al solito, la questione viene sollevata esclusivamente a vantaggio di una parte coinvolta, favorendo gli interessi economici di pochi, e non viene seriamente affrontata affinché tutto il Paese possa godere appieno dei benefici conseguenti. Non si tratta, come si legge nella seconda lettera ai Corinzi di San Paolo, di mettere i cittadini nel bisogno per dare sollievo ai creditori, ma di seguire un principio di uguaglianza, cosicché  «chi  aveva raccolto molto non ne ebbe di troppo, e chi aveva raccolto poco non ne ebbe troppo poco».
 
Anche il Concilio Vaticano  II  è  abbastanza  chiaro al riguardo, nella costituzione pastorale «Gaudium et spes»: «Lo sviluppo economico non deve  essere  abbandonato  all'arbitrio  di  pochi  uomini  o  gruppi  che  abbiano  in mano un eccessivo potere economico, né della sola comunità politica, né di alcune nazioni più potenti.

Conviene, al contrario, che il maggior numero possibile di uomini, a tutti  i  livelli  e,  quando  si  tratta  dei  rapporti  internazionali,  tutte  le  nazioni possano partecipare attivamente al suo orientamento».
Cercherò di essere più chiaro passando al merito del provvedimento.
 
Il testo introduce il pegno mobiliare possessorio.  Si tratta di uno strumento
di garanzia dei crediti delle banche, prevedendo che il debitore possa costituire il pegno non possessorio sui beni mobili destinati all'esercizio dell'impresa, senza perderne il diritto all'utilizzo e permettere così il perseguimento della continuità aziendale. Si prevede quindi l'iscrizione del pegno su tutti i beni dell'azienda con la sola eccezione di quelli registrati, e potrà riguardare sia gli impianti che le merci. Si riscontrano in tal senso delle problematiche dovute al fatto che i privilegi sui beni mobili, che le norme civilistiche prevedono,  sono  completamente  annullati  in  quanto  i  creditori  privilegiati,  tra cui ci sono i dipendenti, non avranno alcuno spazio su cui esercitare il loro privilegio.  Allo  stesso  modo  questo  tipo  di  strumento  del  pegno  mobiliare non  possessorio  appare  per  così  dire  "futuristico",  in  quanto  non  provvisto ancora del relativo registro; e come abbiamo ormai imparato, questo Governo preferisce fare tweet che fare bene e presto e, con il pressapochismo con il quale procede, chissà  per quanto dovremo aspettare  che vi siano  gli strumenti  per  la  sua  applicazione.  Di  pari  passo  si  prevedono  possibili  rischi  e possibili conflitti tra i titolari del pegno acceso su beni non più esistenti  da un  lato  e,  dall'altro,  portatori  di  privilegi  che  vorranno  esercitare  il  proprio diritto. Questo strumento del pegno, quindi, si presenta poco  adatto alla dinamicità dell'economia moderna.
 
Il provvedimento prevede, inoltre, il cosiddetto patto marciano, cioè l'accordo  tra  il  cliente  (imprenditore)  e  il  soggetto  finanziatore  (la  banca  o
altro soggetto autorizzato a concedere finanziamenti). Nello specifico, viene
previsto che il contratto di finanziamento venga garantito dal trasferimento, in  favore  del  creditore,  della  proprietà  di  un  immobile  o  di  un  altro  diritto immobiliare dell'imprenditore.

Il  trasferimento  è  sospensivamente  condizionato  all'inadempimento del debitore. Appare critico il fatto che il debitore debba fornire una garanzia su un immobile di pari valore. Nel caso in  cui questo non avvenisse, la banca  potrebbe  richiedere  condizioni  economiche  finanziarie  peggiorative come ad esempio l'aumento del tasso di interesse o l'aumento del costo delle commissioni.  Altra  perplessità  riguarda  la  definizione  di  "inadempimento" contenuta  nella  norma.  Infatti  per  i  pagamenti  mensili,  bastano  tre  rate  non pagate, anche non consecutive, per far sorgere, nei sei mesi successivi, il diritto della banca ad escutere la garanzia. Sarebbe opportuno prevedere invece  un  allungamento  delle  tempistiche  che  configurano  l'inadempimento,  in altri termini, si dovrebbe prevedere che vi sia inadempimento se il mancato pagamento si protrae per oltre 12 mesi dalla scadenza di almeno sei rate, in caso di rate mensili, o di due rate se non mensili.

Un ulteriore aspetto che appare preoccupante della norma è la retroattività del patto marciano, che consente alla Banca di imporre agli imprenditori  che  hanno  già  stipulato  contratti  di  finanziamento  la  modifica  delle condizioni  contrattuali  inserendo  nel  contratto,  con  un'induzione  forzosa,  il patto marciano, senza che vi sia alcuna cautela e garanzia per il soggetto finanziato.
 
Per quanto riguarda le norme sui rimborsi per gli obbligazionisti subordinati  delle  banche  in  liquidazione,  tra  cui  la  Banca  Etruria - banca  in cui, per chi se lo fosse dimenticato, è indagato il padre del Ministro Boschi per truffa ai danni dei risparmiatori, e dove proponevano il disinvestimento dai  titoli  certi  per  comperare  dei  titoli  spazzatura - la  Banca  Marche,  Cariferrara e Carichieti, dove migliaia di risparmiatori italiani hanno visto completamente  azzerati  i  loro  risparmi,  il  testo  prevede  un  rimborso  forfettario fino  all'80  per  cento  della  cifra  investita  per chi  ha  un  reddito  lordo  basso, quantificato in meno di 35.000 euro ai fini Irpef, o un patrimonio mobiliare inferiore  ai  100.000  euro.  Qui  appare  tutta  l'illogicità  di  questa  norma.  In questo modo vengono inevitabilmente lasciati fuori tutti gli altri senza alcun motivo. C'è stata una mega truffa ai danni di migliaia di risparmiatori, e oltre ad avere subito un danno, una parte di essi si troverà ulteriormente beffata. Il rimborso deve essere previsto senza limiti restrittivi di reddito. Non si annuncia  il dovere  del  rimborso  per  poi  mettere  uno  sbarramento  discriminatorio per chi non possiede i requisiti previsti. Questo è completamente illogico e discriminante.

Le banche hanno un compito molto importante, che è quello di reggere l'economia attraverso l'uso morale della circolazione del denaro: significa che, garantito il doveroso ricavo dalla compravendita del denaro, occorre  contemporaneamente  fare  in  modo  che  il  credito,  tutelato  da  normative
statali,  cresca  e  si  evolva  a  vantaggio  di  tutta  la  comunità.  V
i  è  invece  una vera  e  propria  piaga  del  sistema  bancario  che  sfrutta,  come  visto,  le  debolezze dell'economia per fare affari sulle spalle di chi, economicamente o socialmente, è debole e indifeso.
 
Come più volte ho affermato, la politica, in quanto tale, deve tenere la schiena dritta  di fronte ad un sistema Paese che funziona male: deve abbassare il livello di tassazione, eccessivo ed iniquo, deve snellire la burocrazia dove si dimostra logorante ed inefficace, deve agevolare il credito a chi
ne ha bisogno.

I  nemici  mortali  per  la  nostra  economia  sono  le  imposte  troppo  elevate,  gli  intoppi  burocratici  e  l'impossibilità  di  avere  credito  da  parte  delle
banche. Questo testo di legge introduce una serie di nuove garanzie mobiliari e disposizioni volte sì a ridurre il tempo di incasso dei crediti per le banche,  ma  non  aiuta  di  certo  le  imprese  a  superare  le  attuali  fasi  di  difficoltà dovute  alla  pluriennale  crisi  economica  che  ancora  stiamo  vivendo  e  di  cui ancora stiamo pagando il caro prezzo, con troppe imprese e famiglie italiane che faticano ad arrivare alla fine del mese.

Oltre a non offrire quindi misure a favore delle imprese, che rappresentano a tutti gli effetti il volano della ripresa reale del Paese, il disegno di legge qui presentato appare incostituzionale, contrario ai principi costituzionali  della  tutela  del  risparmio  del  cittadino.  Ci  troviamo  di  fronte,  ahimè,
all'ennesimo provvedimento del Governo sul fronte bancario in poco più di
un anno. Questo Governo dimostra sempre più il suo volto, vi è un ossessivo iperattivismo sul tema bancario, contraddistinto da continui interventi mirati a modificarne il sistema a proprio uso e consumo, alla faccia degli ignari cittadini, e per salvare i loro amici e parenti banchieri.
 
E concludo, ricordando in quest'Aula che i risparmiatori ed i correntisti, ovvero il popolo italiano, devono essere il fine e non il mezzo della politica; parafrasando quanto si legge nella prima lettera di San Paolo a Timoteo, dobbiamo evitare «i conflitti di uomini corrotti nella mente e privi della verità, che considerano la pietà come fonte di guadagno».
Come  ho  detto  in  apertura,  Matteo  ci  ammonisce  che  nessuno  può servire due padroni, quindi una buona volta dobbiamo, in coscienza, decidere se continuare a servire Mammona, ovvero l'egoistica ricerca di un benessere materiale riservato a pochi, oppure Dio e tutti i suoi figli, e far ripartire una volta per tutte l'economia reale di questo Paese.

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